{"id":122,"date":"2016-04-30T17:29:11","date_gmt":"2016-04-30T21:29:11","guid":{"rendered":"https:\/\/romanticimprov.utoronto.ca\/?p=122"},"modified":"2017-04-09T14:26:59","modified_gmt":"2017-04-09T18:26:59","slug":"suid007","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/romanticimprov.utoronto.ca\/?p=122","title":{"rendered":"Daniso Tiriano, &#8220;Corrispondenza straniera. All&#8217;ornatissimo Sig. Giuseppe Acerbi&#8221;"},"content":{"rendered":"<div id=\"aei-root\" lang=\"en-GB\"><!-- suid=7 --><\/p>\n<dl id=\"aei-dl-meta\">\n<dt>Performer Name:<\/dt>\n<dd> Tommaso Sgricci<\/dd>\n<dt>Performance Venue:<\/dt>\n<dd>&nbsp;<\/dd>\n<dt>Performance Date:<\/dt>\n<dd class=\"aei-half-line-below\">&nbsp;<\/dd>\n<dt>Author:<\/dt>\n<dd> Tiriano, Daniso<\/dd>\n<dt>Date Written:<\/dt>\n<dd> 20 May 1817<\/dd>\n<dt>Language:<\/dt>\n<dd class=\"aei-half-line-below\"> Italian<\/dd>\n<dt>Publication Title:<\/dt>\n<dd> Biblioteca italiana, o sia Giornale di letteratura, scienze ed arti<\/dd>\n<dt>Article Title:<\/dt>\n<dd> Corrispondenza straniera. All&#8217;ornatissimo Sig. Giuseppe Acerbi<\/dd>\n<dt>Page Numbers:<\/dt>\n<dd> 304-311<\/dd>\n<dt>Additional Info:<\/dt>\n<dd class=\"aei-half-line-below\">August 1817 issue (No. 7)<\/dd>\n<dt>Publisher:<\/dt>\n<dd>&nbsp;<\/dd>\n<dt>Place of Publication:<\/dt>\n<dd> Milan<\/dd>\n<dt>Date Published:<\/dt>\n<dd> 1817<\/dd>\n<\/dl>\n<p class=\"aei-one-line-down\"><strong>Text:<\/strong><\/p>\n<blockquote id=\"aei-blockquote\"  lang=\"it\">\n<p>[304] <i>Dall&apos;Austria, 20 maggio 1817<\/i><\/p>\n<p><i>&#8220;Est Deus in nobis, agitante calescimus illo.&#8221;<\/i><\/p>\n<p>Ovid.<\/p>\n<p>Se allorch\u00e8 dello Sgricci trattando l&apos;anonimo nostro: Morte sia, disse, agli improvisi, e bando perpetuo agli improvisatori tutti, data avesse di fuga un&apos;occhiata al passato; visto quanti v&apos;ebbero in Italia improvisatori di nome, e quali uomini li levassero a cielo, sospesa avrebbe la sentenza, e forse perdonato ai cattivi in riguardo de&apos; buoni. E come no? Mosso se gli sarebbe innanzi pel primo il comun padre Adamo, che al suo trovarsi bello e fatto in mezzo all&apos;Eden deliziosa, cant\u00f2 le lodi del Dio Fattore, e cant\u00f2 certo all&apos;improviso, non avendo in quell&apos;ora ultimati n\u00e8 principiati i suoi studi. N\u00e8 altrimenti cantarono per gran pezza que&apos; fra di lui nipoti, che d&apos;estro forniti e di musico orecchio, scossi veniano da subitano evento, o da veemente affezione infiammati; avvegnach\u00e8 non dubbio figlio della sensibile natura \u00e8 in questi casi il parlar d&apos;improviso. Cos\u00ec in fatti cant\u00f2 sulle sponde del retrogrado mare l&apos;Ebreo Duce al rovesciarsi de&apos; flutti sull&apos;egiziane quadrighe: cos\u00ec cantarono Debora, Giacobbe, Giuditta; cos\u00ec tra le fiamme gli ardenti fanciulli, e cos\u00ec mai sempre i profeti da Dio inspirati. Vivono i sublimi loro estemporanei, e sfidano al confronto le studiate odi di Flacco, di Pindaro e d&apos;Alceo. E voi ben sapete, coltissimo amico, portare opinione non pochi ellenisti che improvisati fossero i poemi medesimi del grande Omero. <\/p>\n<p>Ma facendoci ad epoche meno vetuste, come mai scorto non avrebbe l&apos;anonimo quel portentoso Archia che attonito rendeva un M. T. Cicerone col suo <i>dicere ex tempore<\/i>, e su d&apos;ogni argomento <i>magnum numerum optimorum versuum?<\/i> Come non avvertire egli i Bardi, gli Scandinavi, gli Arabi, i Provenzali, improvisatori per genio e per mestiere? Coevo del mondo \u00e8 l&apos;improvisare, e riserbato era ai nostri giorni il presentarsi in campo un ignoto paladino che a visiera calata attaccasse da solo l&apos;arte e la natura, i secoli e le nazioni. Tra queste la da lui presa di mira essendo unicamente la nostra, eccoci a difenderla.<\/p>\n<p>Confesseremo che volendosi impugnare gl&apos;improvisi, \u00e8 in Italia che conviene attaccarli. Tranne i profeti, tutti gl&apos;improvisatori la cedono agl&apos;Italiani; ed \u00e8 oggimai nell&apos;Italia sola concentrato questo [305] raro talento. Scorriamo di volo i letterarii fasti della patria a noi pi\u00f9 vicini, e vedremo quanta sia la gloria nostra, e quanto il torto dell&apos;avversario.<\/p>\n<p>Ecco nel XVI secolo improvisare un Leoniceno maestro del card. Bembo, ecco un Fileflo filologo di prima sfera, ecco un Pico della Mirandola, mostro d&apos;ingengo e di sapere; e se crediamo alla fama, un Leonardo da Vinci, un Bramante da Urbino e lo stesso Raffaele. Vengono in seguito l&apos;Alamanni, coltissimo poeta, il card. Antoniano, il pi\u00f9 dotto uomo del suo secolo, poi il lepido Lasca, e quel Pulci delizia di Michelangiolo, e lo Strozzi, e l&apos;Accolti, e il da Fano, e li due Brandolini, dell&apos;uno de&apos; quali diceasi <i>superare Apollo ed Anfione nel toccare la cetra<\/i> (Tirab. stor. let. vol. IX). Celebrato pur troviamo a que&apos; tempi un Ghelmi, un Sassi, un Pero, un Franciotto, un Caroso, un Grandi, i quali tutti, al dire di Marco Sabino, che intesi gli aveva pi\u00f9 volte, <i>&quot;riempivano i petti di ci gli udiva non di minore piacere che di stupore&quot;<\/i> (ibi). E quali e quante chiarissime donne codesta palma non contesero ai pi\u00f9 rinomati cantori? Registrati sono i loro nomi in un cogli onori che ad esse resero le italiani corti, ch\u00e8 sola non fu la <i>coronata<\/i> Corilla ad ottenerne. Ci rivolgiamo noi al secolo prossimo passato? Quale dovizia non ci porge d&apos;ottimi improvisatori? Ivi un cav. Perfetti, un Frugoni, un Rolli, un Vanini, un Bimbi, un Lucca, un Zucchi, un Corvesi, un Gianetti, un Cristiani, un Serio, un Bertola, un Berardi, un Pignotti, senza contare i superstiti che taccio, bastando all&apos;uopo mio la met\u00e0 dei gi\u00e0 rammentati.<\/p>\n<p>Ma volgo eran forse que&apos; che gli applaudivano? Lo fossero anco: Ci ripeterebbe il gran Metastasio che senza il voto del popolo all&apos;immortalit\u00e0 non si giunge. Ma ben altro qui abbiamo che volgo ed anonimi. Se gli involavano a vicenda codesti cigni le corti d&apos;Uurbino, di Mantova, di Ferrara, di Parma, di Napoli, di Toscana, di Roma, quando spelndida guerra si facevan d&apos;ingegni. Gli accarezzava un Leone X, un Sisto, un Pio IV, un Lorenzo il Magnifico, un re Mattia Corvino, ec. ec. Ed in quai tempi, amico? Allorch\u00e8 l&apos;Italia vantava gli Ariosti, i Tassi, i Caro, i Casa, i Molza, i Bonfadii, i Pontani, i Guarini, i Cotta, i Navageri ed un Cortesi, un Cardano, un Giraldi, un Castelvetro, un Pierio, uno Stanga, un Fiorenzuola e pi\u00f9 altri di questa lena. Trovatemi chi tra codesti aurei scrittori movesse discorso contro gli estemporanei poeti? Che anzi all&apos;et\u00e0 nostra, e quando fiorivano i Buonamici, i Zaccaria, i Lagomarsini, i Zampieri, i Gozzi, i Zanotti, gli Algarotti, i Bettinelli, i Cordara, ec ec., noi scorgiamo varii di essi esaltati e protetti da un marchese Maffei, da un Salvini, da un Quadrio, un Crescimbeni, un Fabroni, un Lami, un Muratori: e mi suonan tuttora alla mente gli elogi dati in mia presenza a due di essi dal difficile e franco Parini.<\/p>\n<p>Che dir dunque d&apos;un anonimo del XIX secolo, cui tanta autorit\u00e0 e consenso s\u00ec generale non ritenne dal maledir gl&apos;improvisi? Che tutto questo ignorasse, \u00e8 impossibile in persona colta, qual egli si mostra; incredibile d&apos;altronde pare ch&apos;ei nol curasse.<\/p>\n<p>&quot;Ma il fatto \u00e8 fatto, e non si pu\u00f2 negare&quot;.<\/ br><br \/>\nChecch\u00e8 per\u00f2 ne sia del suo coraggio, ci\u00f2 vero e dimostrato ri-[306]marr\u00e0 per noi che poche goccie di moderno inchiostro, gettate da penna sconosciuta e sola du d&apos;un orfano foglio, non offuscheranno una gloria divenuta nazionale, e che da Cicerone in poi conta sostenitori s\u00ec numerosi, s\u00ec venerandi e conformi.<\/p>\n<p>Mi sia permessa un&apos;altra riflessione prima di farmi a combattere corpo a corpo le ragioni dell&apos;avversario. Quest&apos;uso di dir versi all&apos;impensata diverte egli gli Italiani, o gli annoia? Se li diverte, perch\u00e8 tor loro s\u00ec innocuo trattenimento? &quot;Le nazioni, diceva Voltaire, non hanno mai torto nella scelta de&apos; loro piaceri&quot; Gli annoia? e qual uopo d&apos;interdire a uditor libero parlator che lo secca?<\/p>\n<p>Ma tanto lungi \u00e8 la nazione nostra dal mal comportarne gl&apos;improvisi, che mentre sono la meraviglia e l&apos;invidia degli esteri, formano essi uno de&apos; pi\u00f9 vetusti e geniali passatempi della pi\u00f9 svegliata parte d&apos;Italia, ove nacquero a un parto col bellissimo nostro idioma. Udiste mai nella state il toscan villanello cantare al rezzo non preparate rime or sotto un albero divenuto scena, or dicontro il casolaio di schiva forosetta? Trastullo cos\u00ec comune e giornaliero sono col\u00e0 gl&apos;improvisi, che non vi s&apos;imbandisce rustica mensa nuziale senza il suo Jopa crinito. Oh visto l&apos;aveste il tetro e severo Alfieri nel cortile degli Angioli, usata palestra ai popolani improvisatori! Come godeva osservator profondo a quelle gare, a quei plausi, a quei cachinni? Ragione potissima di questo italiano capriccio si \u00e8 il nostro cielo che invita alla gioia, la nostra melliflua lingua che a tutto si presta, e pi\u00f9 che altro l&apos;indole nostra sensibile e pronta che a secondare ci porta i moti delle subite impressioni; e perci\u00f2 volentieri concediamo a noi stessi quella libera e modulata espansione d&apos;affetti che il pi\u00f9 dolce sfogo si \u00e8 della natura animata. <\/p>\n<p>Queste si furono le considerazioni che mossero il celebre Wieland a proclamare nel suo giornale letterario il talento di far versi su due piedi per <i>frutto nativo dell&apos;italiano giardino, e il pi\u00f9 brillante fenomeno della poetica facolt\u00e0.<\/i> Cos\u00ec pure ne giudic\u00f2 il Sismondi. (Cito stranieri per adattarmi all&apos;ononimo che straniero si mostra coll&apos;anti-italiana sua pretensione.) <i>Il talento,<\/i> dice il Sismondi, <i> e l&apos;inspirazione degli improvisatori d&apos;Italia, siccome l&apos;entusiasmo che vi destano nell&apos;udienza, sono doni dalla natura impartiti a quella nazione, e segni suoi caratteristici<\/i>. (De la lit. du Midi. Tom. III, pag. 93.) Provaronsi altre nazioni a cantar come noi, ma finirono, smarrite le speranze, col discendere nel nostro paese ad ammirarci. Perloch\u00e8 pi\u00f9 del sol chiare e concludentissime esser vorrebbero le ragioni di chi indurci pretenda a rinunziare a s\u00ec illustre ed antico privilegio. Vediamo se tali sieno quelle dell&apos;articolo <i>improvisicida<\/i>.<\/p>\n<p>Scende l&apos;anonimo nell&apos;arena collo stabilire per canone <i>che impossibile sia far d&apos;improviso e bene<\/i>. Sesquipedale e vistosa sentenza; ma parla egli d&apos;impossibilit\u00e0 <i>generale ed assoluta<\/i>? Gli si nega. Parla di <i>relativa<\/i>? Si ammette. E quanto alla prima, non \u00e8, grazie agli Dei, cotanto al basso venuta l&apos;umana progenie, che tutto di necessit\u00e0 male esser debba ci\u00f2 che uomo a far d&apos;improviso s&apos;accinga. Troppo da pianger saremmo. Tale e tanta \u00e8 la quantit\u00e0 dei doveri, dei bisogni, degli accidenti che incessantemente bersagliano l&apos;attiva nostra esistenza, che non solo gli estemporanei tessitori di rime, ma tutti quanti respiramo, siamo costretti sovente ad improvisare detti, [307] fatti, risorse, ripieghi, cautele; togliendoci l&apos;urgenza del risolvere l&apos;opportuno spazio al riflettere.<\/p>\n<p>S&apos;arroge, a ci\u00f2 che non tutti gli esseri pensanti abbisognano d&apos;egual tempo per ben vedere e decidersi. Avvi chi a volo coglie nel vero, e chi uopo ha di matura ponderazione. Alzate gli occhi al S. Rocco ne&apos; cieli ideato e dipinto in una sola notte dal Tintoretto. Che manca a quella improvisata pittura? Non a torto fu dai giudici preferita nel concorso alle studiate opere degli emuli del Robusti, che pur erano i luminari della veneta scuola. Vide mai l&apos;anonimo la biblioteca Riccardi del da lui proverbiato Lucca <i>fa presto<\/i>? Come tutto \u00e8 ammirevole in quella gran volta! Composizione, disegno, brio di tinte, ec. ec. Eppure \u00e8 opera d&apos;artista velocissimo di mano e di mente.<\/p>\n<p>Che se l&apos;anonimo parla d&apos;impossibilit\u00e0 <i>relativa<\/i>, replico, se gli accorda; e (siavi detto <i>sub rosa<\/i>) il suo caso gli \u00e8 questo ed il mio; ma l&apos;intellettuale infermit\u00e0 nostra non \u00e8 perci\u00f2 il difetto d&apos;ognuno. Laonde, se peregrino ingegno s&apos;incontri che colto, pronto ed esercitato sia in questa sorta di cimenti, chi mi prover\u00e0 a <i>priori<\/i> che d&apos;<i>improviso<\/i> e <i>bene<\/i> poetare ei non possa? Io non credo che per <i>bene<\/i> intender qui si voglia l&apos;anonimo <i>perfettamente<\/i>. La perfezione \u00e8 come il sole: si vede, ma non si aggiunge: il pi\u00f9 meditato lavoro pu\u00f2 andarle vicino, ma sar\u00e0 sempre<\/p>\n<p>&#8220;<i>Proximus ast longo proximus intervallo<\/i>&#8220;<\/ br><br \/>\nMa v&apos;\u00e8 di pi\u00f9. Che d&apos;<i>improviso<\/i> e <i>bene<\/i> dir non si possa, nol credevano i chiarissimi uomini da me sopra indicati. Nol credeva l&apos;austero Quintiliano, che quel Gorgia tanto decanta, il quale olimpiche palme coglieva coll&apos;estemporanee concioni, e scuola avevane aperta in Atene medesima. E per colmo d&apos;evidenza nol credete nemmen voi, sig. anonimo, che confessate esservi nel parlamento inglese <i>tre<\/i> o <i>quattro<\/i> che <i>improvisano<\/i>, e <i>bene<\/i>, <i>quantunque<\/i>, dite voi, <i>non su tutte le materie<\/i>. Osservazione inutile per voi e per me, giacch\u00e8 anche tra que&#8217; che studiano a lor talento i discorsi, non si trova, n\u00e8 troverassi chi <i>bene<\/i> disserti <i>su tutte le materie<\/i>. Avete poi gran torto di ristringere nel solo parlamento inglese il dono di <i> parlare<\/i> d&#8217;<i>improviso<\/i> e <i>bene<\/i>. Siate pi\u00f9 giusto. L&#8217;antica Grecia e Roma d&#8217;ogni tempo vi rammenteranno oratori che non di rado arringavano <i>ex abrupto o bene<\/i>. Vi citer\u00e0 l&#8217;odierna Francia i suioi Mauri, i Barnave, i Mirabeaux ed altri non pochi che d&#8217;improviso emersero oratori sommi, e stordirono il mondo colla estemporanea loro eloquenza. N\u00e8 la sede del bel dire, l&#8217;Italia nostra vi tacer\u00e0 fra i Cassii, i Tullii e gli Ortensii, i suoi Alcaini, i Cordellina, i Gallini, i Capassi, i Patrizi, i Serio, i Mazzacchera, i Meazza, i Fenaglia, i Marchetti, i Trento, che nel precedente secolo scioglievano arringhe nobilissime da&#8217;pergami o dai rostri, figlie del momento e dell&#8217;inspirazione.<\/p>\n<p>Appare dal fin qui detto che l&#8217;autorit\u00e0 non solo, ma il fatto e l&#8217;universale consenso atterrano l&#8217;achille dell&#8217;avversario. Per la qual cosa, se esperto verseggiatore da repentino estro compreso, me presente, s&#8217;avventi alla cetra e canti, io non mi negher\u00f2 il piacere di udirlo per la insussistente considerazione che d&#8217;<i>improviso<\/i> e <i>bene<\/i> dir non si possa, o per la maligna prevenzione che tutto terso e limato riescir non possa quanto egli sciorr\u00e0 del labbro. Che anzi, crescendo in lui, colla difficolt\u00e0 che lo imbriglia, la gloria del superarla, mag-[308]giore sar\u00e0 in me le stupore e il diletto; e quelle bellezze medesimo che per l&#8217;impeto e la spontaneit\u00e0 con cui sono dal poetico volcano alanciate, pi\u00f9 mi sorprendono, minore effetto in me produrranno, qualora in elaborato poema le incontri, minore essendo allora la disposizione mia ad esser commosso, men visibile nel vate la facolt\u00e0 di creare, e meno marcata ne&#8217;suoi versi quella impronta d&#8217;originalit\u00e0 che tinge i pensieri nel momento che nascono, e subita non hanno l&#8217;azione dell&#8217;arte moderatrice.<\/p>\n<p>Avvi fra i begli improvisi e gli studiati poemi quella medisima differenza che corre fra l&#8217;opera e lo schizzo, il quadro e il primo pensiere in disegno. Non \u00e8 al certo quest&#8217;ultimo un lavoro perfetto. Gettato alla presta su di un foglio qualunque nel bollore dell&#8217;invenzione, ha tutti i difetti della furia. Eppure quanti prima e dopo del Richardson intelligentissimi conoscitori anteposero quell&#8217;informe embrione alla tavola stessa comodamente condotta e con tutto lo stodio! Avvi in que&#8217; pochi tratti un non so che di enteo, una vita, una padronanza che vi signoreggia e rapisce, e che difficilmente si conserva enll opera, quando pi\u00f9 dalla mano dipende che dalla mente.<\/p>\n<p>Ma pochi, dice l&#8217;anonimo, sono gli improvisatori di vaglia, moltissimi i meschini: ed una fedelissima pittura ci fa di questi. E che per ci\u00f2? Pochi, respondo io, sono i tragici, pochi gli epici, pochi i pittori, pochissimi gli architetti e gli scultori di vaglia, non molti gli eccellenti musici, ec. ec. Dunque non pi\u00f9 musica, non pi\u00f9 belle arti, non pi\u00f9 poesia? Applicata alle scienze questa regola ottentotta, ammannisca pure l&#8217;anonimo il mazzafrusto, e scacci dai boschi di Pindo le malpate cicale. Non \u00e8 per esse ch&#8217;io parlo. Dia pure sul capo a codesti accozzatori di consone desinenze, vote d&#8217;immagini e per tutto ove ei colga, coglier\u00e0 bene. Ma rispetti l&#8217;arte e il rarissimo dono a noi fatto dalla favoreggiante natura: e tu fatti innanzi, o innarivabile Lorenzi, che di si nobile poema fregiasti la montana agricoltura. Sii tu per me &#8220;l&#8217;Orazio sol contro Toscana tutta&#8221;. Tua \u00e8 la causa che tratto. Ben altri potrei io qui invocarne, ma tu mi basti a vincere la giornata. S&#8217;udiron mai stanze pi\u00f9 magistrali di quelle che decrepito d&#8217;anni e giovin di mente tu improvisasti non ha molto in un crocchio d&#8217;amici? Eccovi la prima, e ritenete che non dissimili erano le susseguenti.<\/p>\n<p> &#8220;L&#8217;ottantesimo inverno il crin di neve<\/p>\n<p>&#8220;Mi sparge, e offusca il guardo un nuvol denso;<\/p>\n<p>&#8220;L&#8217;orecchio lontanissimo riceve<\/p>\n<p>&#8220;Il suon delle parole, e perde il senso:<\/p>\n<p>&#8220;Temo il freddo, amo il letto, e sonno breve<\/p>\n<p>&#8220;Vi colgo, e desto mi riposo e penso;<\/p>\n<p>&#8220;Penso sopra del mondo che delira<\/p>\n<p>&#8220;Qual sar\u00e0 un giorno la clemenza o l&#8217;ira.<\/ br><br \/>\nE al singolar vanto di possedere talenti di questa fatta, e al mezze di farli brillare nel pieno loro meriggio, non che al piacere d&#8217;ammirarli, pretenderebbe l&#8217;anonimo che da noi si rinunziasse? No; non parl\u00f2 di buona fede.<\/p>\n<p>&#8220;Io credo ch&#8217;ei credesse ch&#8217;io credessi&#8221;<\/ br><br \/>\nalla ingenuit\u00e0 del suo consiglio; ma certo sono che non le credeva [309] egli stello. Basta sentirsi andar pei polmoni aura italiana per tosto comprendere l&#8217;erroneit\u00e0 e la stravaganza di questa idea. La smania di dir cose nuove, congiunta a giusta bile contro gli improvisatori cattivi, e lo scandalo ch&#8217;essi danno ai giovani poeti, guidarono la sua penna. Merita perdono e in parte lode.<\/p>\n<p>Se non che conseguente alla da lui annunziata massima, e dimentico del trito assioma che l\u2019ottimo \u00e8 nemico del buono, egli vorebbe che chi ha la poetica vocazione abiurasse il cantare improviso, e chiuso nella romita stanza, poemi creasse degni del cedro. Ottimamente; ma \u00e8 ella praticabile codesta idea? Nol credo. V\u2019hanno ingegni ed ingegni. Gli uni son fatti per meditare un lavoro; gli altri per produrlo di slancio. Quelli operano per riflessione; questi per impeto ed istinto. Ecco perch\u00e8 vediamo oratori e poeti che dicon bene d\u2019improviso sorgendo, e freddi riescono poi e stentati a tavolino. La ragione consiste in che l\u2019ingegno pi\u00f9 che l\u2019arte agisce in quelli; l\u2019arte pi\u00f9 che l\u2019ingegno in questi. Dopo di che si ponga a calcolo l\u2019energia che inspira a qualsivolgia parlatore la presenza di un uditorio. Quanti in campo mostraronsi eroi che al mancare di spettatori non furon pi\u00f9 tali!<\/p>\n<p>Osserviamo l\u2019improvisatore in azione. Corona d\u2019ascoltatori pi\u00f9 o men colti lo ciage: il pericolo di non appagarli tende in lui tutte le molle dell\u2019amor proprio. Agitato, cupo ed incerto, siede, s\u2019alza, s\u2019aggira, s\u2019arresta, intanto che una melodia soave prelude il suo canto, e vi dispone l\u2019udienza. Ma . . . tace l\u2019orchestra. Egli arde, freme, trema a un tempo. \u00c8 il destriero di Giobbe che odora da lungi la battaglia. Il silenzio profondo e gli sguardi di tanti in lui conversi lo avvertono ch\u2019egli \u00e8 tenuto per uomo dappi\u00f9, e gi\u00e0 tale si crede egli stesso In questo mentre si trae dall\u2019urna il soggetto, e gli si intima ad alta voce. Ecco il segnal della pugna. Digiuna tigre non pi\u00f9 avidamente si scaglia sulla raggiunta preda, di quello che faccia il poeta sul non previsto tema. Altro ei pi\u00f9 non vede chiama a s\u00e8 introno le facolt\u00e0 per trattarlo. Ei canta <i>fervet opus<\/i>. Voi vel vedete al fumar di quel capo, al halenar di quegli occhi, al concitato escir di quelle tremule voci. Oh portento! Le parole e le idee nascono a un punto, e si succedono colla rapidit\u00e0 del torrente. Se nel profluvio delle accavallate rime gli avvenga d\u2019azzeccare qualche bella immagine, qualche pensier felice o elegante modo di dire, lo scoppiar degli applausi ne lo avverte all\u2019istante e sopra s\u00e8 stesso il solleva. <i>Possunt quia posse videntur<\/i>. Quel sentimento delle proprie forze, che coraggio si appella, lo riempie d\u2019operosa fierezza. Grandeggia allora maggior di s\u00e8 fatto; ch\u00e8 spariti sono per lui spine, fatiche, inciampi: signor del pensiere e de\u2019modi di manifestartlo, egli discorre animoso dall\u2019una all\u2019altra idea. Dispone dell\u2019universo: un nuovo se ne crea. Lo svolge, lo mesce, lo effigia, lo riordina come gli torna. Ma che? Nell urtarsi delle idee, nell avvampar degli affetti, rischiarato dall\u2019entusiasmo che lo trasporta, ei trova e vede e sente ci\u00f2 che ad anomio tranquillo e posato n\u00e8 visto, n\u00e8 trovato, n\u00e8 sentito avrebbe giammai. L\u2019incendio che lo divora si comunica all\u2019udienza, e da questa in lui riverberando, s\u2019accresce, e giunge al sommo dell\u2019accensione. Il poeta non \u00e8 pi\u00f9 uomo che parli: \u00e8 nume che dietro si trae l\u2019attonita a lunanza, divenuta qual chi testimone si trovi d\u2019inaspettato prodigio.<\/p>\n<p>[310] Or mi dite di grazia: a quale mai vate nella solitaria cella racchiuso, o al raggio assiso della conscia luna, fu dato di poetare con si possenti sussidii? Dubbio non v\u2019\u00e8 che senza il <i>divinae particulam aurae<\/i> e la <i>divite ven\u00e2<\/i>, accresciuta di cognizioni in buon dato, non esiste poeta. Ma se v\u2019ha chi di tali qualit\u00e0 sia dotato, qual pi\u00f9 felice maniera idear si potrebbe per bene svilupparle? Ne appello a voi che ne\u2019crocchi tenuti siete per bei parlatori. Dite di quanto non s\u2019aumenti la facondia vostra in vedervi attentamente ascoltati, ed ancor pi\u00f9, se applauditi?<\/p>\n<p><i>Oggetto unico delle belle arti<\/i>, dice l\u2019anonimo, <i>\u00e8 la bellezza<\/i>. Spieghiamoci. Intende egli per <i>oggetto<\/i> lo scopo cui mirano? Va errato. Lo scopo delle arti belle \u00e8 il piacere: mezzo per procurarcelo, la bellezza. Ma giovando inoltre allo scopo di recar piacere il <i>meraviglioso<\/i> che gli animi scuote gradevolmente, dee l\u2019artista, quanto pi\u00f9 pu\u00f2, cercarlo. Ecco l\u2019improvisatore. Se un altro Bach, un altro Motzard, un Crammer, un Asioli, un Clementi, un Mougeles a improvisare si mettono al gravicembalo, men ragionate, men pure, men belle saranno certamente quelle loro <i>fantasie<\/i> che non sarebbero le studiate composizioni di si valenti autori. Ma la meraviglia che desta in me l\u2019ardire di chi, per dir cos\u00ed, s\u2019affronta con s\u00e8 medesimo, e disdegnando la critica ed i rigori della scienza, si slancia nel vertice della immaginazione, affidato al solo suo ingegno, ove de\u2019seducenti motivi, de\u2019non improprii accordi ed una lodevole cantilena mi faccia sentire, mi reimpir\u00e0 d\u2019inusitata compiacenza. Costui col darci una maggiore idea delle facolt\u00e0 insiste nell\u2019uomo solletica l\u2019amor proprio d\u2019ognuno; ne pasce e promove il tacito orgoglio, essendo che senza avvedercene noi ci ascriviamo parte dell\u2019altrui virt\u00f9, come colui che va superbo della vittoria da\u2019suoi riportata, quantunque lontano si stesse dal campo. La mosca d\u2019Esopo che s\u2019attribuisce l\u2019onor dell\u2019aratro, non \u00e8 che la copia d\u2019un pi\u00f9 grande originale. Proibir gl\u2019improvisi sarebbe quindi un chiuderci una inesausta maniera di care dilettazioni, e privarci d\u2019una portentosa facolt\u00e0 che onora tanto la nostra spezie. (Metastasio let. all\u2019Algarotti).<\/p>\n<p>Ristingiamo la disputazione, e ricapitolando, conchiudiamo. Si \u00e8 improvisato dacch\u00e8 c\u2019\u00e8 mondo. Vi ci porta la natura. I dotti d\u2019ogni et\u00e0 e le nazioni tutte apprezzarono mai sempre gl\u2019improvisatori. O non \u00e8 dotto l\u2019anonimo, o quasi il solo fra\u2019dotti che non gli stimi. La sua autorit\u00e0 \u00e8 goccia rimpetto al mare. \u00c8 falso che non si possa <i>dir d\u2019improviso e bene<\/i>. Ne conviene l\u2019anonimo istesso. Gli Italiani improvisano per istinto, e sono i soli che vantino in oggi questo talento Lo scarso numero de\u2019buoni improvisatori non \u00e8 ragione per sopprimere il genere; tanto pi\u00f9 che il poeta improvisatore ha dei vantaggi che mancano al poeta che medita il suo parto, ottenendo pi\u00f9 agevolmente il primo l\u2019oggetto dell\u2019arte che \u00e8 commovere e dilettare.<\/p>\n<p>Perloch\u00e8 lasciamo che nella nobile gara di sollevare la bersagliata prole di Cadmo, o di illustrare la propria esistenza, segua ognuno la via che il proprio genio gli addita. Chi \u00e8 nato a battagliare, battagli: chi ad improvisare, si preveda delle necessarie cognizioni ed improvisi. Questi, questi \u00e8 il poeta per eccellenza. Parli di nuovo il Sismondi \u201cC\u2019est en eux (gl\u2019improvisatori) qu\u2019on voit surtout comment la poesie est un langage immediat de l\u2019ame et de l\u2019imagi-[311]nation\u201d (ibi). Chi capace si sente di pi\u00f9 durevoli frutti, armi la cetra di corde robuste, abbandoni codesto poetico giuoco, e imiti il gran Metastasio. Che vale? Improvisi lo Sgricci, e scriva visioni il Monti, terzine il Pindemonte, poemetti il Bondi e l\u2019Arici, ec. ec.<\/p>\n<p>L\u2019esempio della Toscana Mazzei, che <i>stans pede in uno<\/i> foggiava delle tragiche scene, andava conservato e promosso. Tanto os\u00f2 lo Sgricci, e n\u2019ebbe lode. Perch\u00e8 serrargli il cammino a mezzo il corso? Cos\u00ec facendo, si torr\u00e0 al Parnaso italiano il doppio onore d\u2019avere col numero e lo splendore delle produzioni superati gli odierni popoli tutti, e di possedere da solo il singolarissimo vanto di cantare all\u2019impensata, per cui un non so che di sovraumana grandezza si diffonde sull\u2019ammirato cantore \u201cRien dans notre si\u00e8cle (cos\u00ec il sullodato Sismondi) ne peut representer d\u2019une mani\u00e8re plus frappante la Pythie de Delphos, lorsque le Dieu descendoit sur elle et parloit par sa bouche\u201d pag. 94.<\/p>\n<p> Sieno, come lo sono di fatti, codesti estemporanei canti de\u2019vistosi fuochi d\u2019artifizio che colla passaggiera loro comparsa allettano l\u2019attonito spettatore. Io non ho improvisato mai. Il farlo bene \u00e8 da pochi; male, da stolti. Costoro, cui <i>basta<\/i>, come ben dice l\u2019anonimo, <i>una eccellentissima impudenza<\/i>, sian riservati al trionfo de\u2019trivii, ma prosiegua la citt\u00e0 e la campagna a godere de dotti o sollazzevoli suoi vati, e l\u2019Italia tutta a gloriarsi de\u2019suoi. Lorenzi e di quegli altri che a lui van presso.<\/p>\n<p>Aggiunga pure l\u2019anonimo a que <i>tre milioni<\/i> d\u2019Italiani che presente dissentire da lui, l\u2019intera Europa che sazia non pare ancora d\u2019ammirarci in questa difficile impresa; e se vede la sconsigliata giovent\u00f9 correre senza vocazione o mezzi la non facile carriera, l\u2019ammonisca e ritenga. Usi del battaglio di Morgante contro l\u2019abuso; ma omaggio renda alle libere muse che ad eterna dimora scelsero la patria nostra felice.<\/p>\n<p>Sul fine dell\u2019articolo propone il medesimo che chi ha tintillo di dir versi e non sa farne di buoni, si ma di a memoria i migliori squarci degli epici nostri, ed alla foggia de\u2019Rapsodi Greci quelli vada qua e i\u00e0 declamando, <i>siccome parte<\/i> altres\u00ec <i>non ispregiabile di pubblica educazione<\/i>. Quantunque io non comprenda quale vantaggio venir ne possa alla <i>pubblica educazione<\/i>, e soprattutto alla <i> pubblica morale<\/i>, dal frequente inculcare alla nostra giovent\u00f9 le divine pazzie di messer Lodovico, o i men casti amori d\u2019Armida, o le mostruose avventure del Ricciardetto; pure non condanno un tale suggerimento. Mi prendo soltanto la libert\u00e0 di osservare che le buone idee sono s\u00ec raramente nuove in questo decrepito mondo, che gi\u00e0 da secoli i gondolieri veneziani ed i cantastorie fanno ci\u00f2 che l\u2019anonimo propone nel secolo XIX. Ma l\u2019adottino pure gli affamati Tersiti d\u2019Elicona, giacch\u00e8 tanto li punge odio di marra e di spola. Io non m\u2019oppongo, purch\u00e8 intatto resti agli Italiani l\u2019uso, il talento e il dritto di dilettare chi gli ascolta e s\u00e8 stessi, dicendo versi che bisogno non hanno di tempo o di cote per farsi ammirare.<\/p>\n<p>Sono di cuore, ec.<\/p>\n<p>DANISO TIRIANO.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p class=\"aei-one-line-down\"><strong>Notes:<\/strong><\/p>\n<div id=\"aei-blocktext\">\n<p>&nbsp;<\/p>\n<\/p><\/div>\n<dl id=\"aei-dl-meta-unimportant\">\n<dt>Collected by:<\/dt>\n<dd> FB<\/dd>\n<\/dl>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In a long letter to the editor of the <i>Biblioteca italiana<\/i>, Tiriano discusses the history and aesthetics of improvised poetry in Italy, referring to the European context and citing Sgricci as an example.<\/p>\n","protected":false},"author":3,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[27,134],"tags":[73],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/romanticimprov.utoronto.ca\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/122"}],"collection":[{"href":"https:\/\/romanticimprov.utoronto.ca\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/romanticimprov.utoronto.ca\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/romanticimprov.utoronto.ca\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/romanticimprov.utoronto.ca\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=122"}],"version-history":[{"count":39,"href":"https:\/\/romanticimprov.utoronto.ca\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/122\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3461,"href":"https:\/\/romanticimprov.utoronto.ca\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/122\/revisions\/3461"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/romanticimprov.utoronto.ca\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=122"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/romanticimprov.utoronto.ca\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=122"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/romanticimprov.utoronto.ca\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=122"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}