“Ignotus,” “I poeti estemporanei” (Fanfulla della Domenica)

The anonymous critic gives a brief history of some of the best known improvisers in Italy, both men and women. He also describes some of the tricks they used to make their work appear more improvised than it was.

Performer Name:
 
Performance Venue:
 
Performance Date:
 
Author:
Ignotus
Date Written:
1880
Language:
Italian
Publication Title:
Fanfulla della Domenica
Article Title:
I poeti estemporanei
Page Numbers:
74-75
Additional Info:
21 March 1880 issue (Vol. 2 No. 12)
Publisher:
 
Place of Publication:
Rome
Date Published:
1880

Text:

Dei poeti estemporanei — o piuttosto della poesia estemporanea — ha lungamente ed eloquentemente parlato Pietro Giordani, e non ho punto voglia di ricalcare le sue orme.

Vuo’ semplicemente narrare qualche aneddoto poco o niente affatto noto di poeti estemporanei coi quali ho avuto rapporti più o meno intimi o che mi è toccato il supplizio di dover udire improvvisare.

E, in verità, non so se per l'improvvisatore sia un supplizio l'esercizio dell'arte sua; ma pur troppo è un supplizio lo assistere alle loro estemporanee fatiche.

Dovrei dire: fu un supplizio, e parlare al tempo passato, perchè i poeti improvvisatori oggimai sono diventati rari come le mosche bianche.

Credo che le Accademie di poesia estemporanea sieno passate di moda come sono ite in disuso le lotte gladiatorie, le corse delle bufale, e altri divertimenti che eccitano la compassione o il disgusto, sebbene chi ne è l'eroe sia degno d'ammirazione pel suo coraggio e per la sua valentia.

Vedere un uomo — e peggio ancora una donna — battersi i fianchi, scontorcersi, sbuffare per far venire l'estro e l'ispirazione: udirlo canticchiare, quasi sempre con voce rauca o falsa, un motivo da colascione — il motivo arpeggiato sulla chitarra e che li improvvisatori toscani chiamano tuttodì passagallo — il vederlo stranular li occhi, far gesti da energumeno, e , se la vena gli manca, indugiare per minuti, che paiono secoli anche al suo uditorio che suda ed alge con lui, e cincischiare, e balbettare, e riprendersi, e bere un sorso d'acqua per vedere se in quel sorso — un Ippocrene in miniatura — si trovassero la rima, il verso, il concetto, l'idea: — il veder tali sforzi, sovrumani o disumani, è spettacolo da agguagliarsi a quello che danno i funamboli e i cavallerizzi.

Come non è tutto oro quel che riluce, così non tutti i poeti, che si dicono estemporanei, sono, o furono, estemporanei. Una grande parte dei versi del Gianni e dello Sgricci, che sono i migliori improvvisatori del secolo, o vennero scritti innanzi d'essere recitati o furono talmente ripuliti e limati quando si dettero alla stampa, da non riconoscersi più a paragone di quelli usciti caldi dalla mente del poeta.

Le gherminelle degli improvvisatori di professione, i quali, come i rapsodi antichi e le compagnie drammatiche moderne, andavano a dare accademie di città in città, sono infinite da quanto le lestezze di mano dei giocatori di bussolotti. Di consueto, erano consegnate alla porta d'ingresso, insieme al biglietto, da ciascuno interveniente, varie cartoline contenenti il titolo, e anche il metro, delle poesie che dovevano essere improvvisate. Il poeta leggeva, davanti al pubblico, tutte le cartoline, operazione che occupava una buona mezz'ora e poi le gettava tutte in un'urna, o, più prosaicamente, in un cappello, e quindi traeva fuori a caso i temi che dovevano servir d'argomento ai suoi improvvisi. Ma, a buon conto, egli poteva mischiare, senza tema d'essere accusato di frode, le cartoline da lui stesso scritte, portanti i temi già trattati altrove, colle cartoline lasciate dagli intervenienti. Eppoi v'erano temi obbligati che non mancavano mai d'esser proposti e che perciò il poeta poteva verseggiare anticipatamente a tutto suo comodo, sicuro che sarebbe venuto il momento e l'opportunità di servirsene; senza contare quelle poesie preparate di lunga mano che si adattavano ad una infinità di argomenti, come i passe-partout per le fotografie.

Un uso assai frequente degli improvvisatori era quello di farsi dare dagli amici o soggetti che tenevano in serbo da un pezzo.

Mi sovvengo che, studente a Siena, sono stato successivamente afflitto della amicizia di due poeti estemporanei, uno celebre, l'altro oscuro, l'avvocato Antonio Bindocci, senese, e il dottore Toschi-Vespasiani, maremmano. Erami impossibile lo evitare di servir loro da compare. E ,m'immagino che altri cinque o sei studenti venissero eletti allo stesso ufficio. Cosicchè, dopo aver subito il supplizio di sentir loro declamare a quattr'occhi l'ode o le ottave che dovevano essere il "pezzo di resistenza" dell'accademia, era giocoforza di subir quello di udirli declamare o canticchiare sul palcoscenico, col rimordimento di coscienza d'esser stati loro complici nel mettere in mezzo il pubblico, figurando di suggerir loro, lì per lî, quel tale soggetto.

Non v'è poeta estemporaneo che non abbia ricorso a tali sotterfugi. Non vi è anzi poeta che non si si sia vantato di aver composto estemporaneamente qualche poesia che, invece, è costata tempo e fatica. Lo stesso Vincenzo Monti non ha potuto sottrarsi a tale debolezza.

È noto l'amore sviscerato che il Monti nutriva per l'unica sua figlia Costanza. Quando essa andò moglie al conte Giulio Perticari di Pesaro, il Monti fece un sonetto al ritratto di lei dipinto dall'Agricola, e si vantò d'averlo improvvisato nella foga della paterna sua tenerezza, mentre oggi sappiamo, per le indiscrezioni dei carteggi postumi, come appunto quel sonetto gli costasse studio non lieve.

Del resto, il Monti affettava disprezzo poi poeti estemporanei. È suo il detto: "Far presto e bene, nè Apollo nè le Muse consentono." Ed è nota la sua nimicizia e lo scambio di epigrammi sanguinosi col Gianni.

Ma la figlia — "la divina" Costanza, "fior di bellezza e d'ingegno" — come la dice il Cantù — non partecipò delle antipatie del padre per li improvvisatori, giacché quando fu ospite suo lo Sgricci le solite lettere rivelatrici ci fanno sapere come essa, adoratrice sino al delirio del poeta aretino, spiava il momento in cui egli usciva dal letto per andare ad immergersi nelle lenzuola ancora calde del contatto dello Sgricci.

Ma più che di improvvisatori abbondò l'Italia di improvvisatrici.

Di già avevano poetato all'improvviso Cecilia Micheli di Venezia, Giovanna Santi e Barbara di Correggio, quando l'astro di Maddalena Fernandez ne' Morelli di Pistoia fece oscurare tutti quelli della pleiade poetica femminile.

Di essa, che fra li Arcadi si chiamò Corilla Olimpica, è stato detto un gran bene e un gran male, segno sicuro che del talento ne aveva. Ma è però vero che se fu incoronata in Campidoglio nel 1776, nella non fresca età di quarantott'anni, ciò avvenne sopratutto per le brighe del principe Gonzaga suo amante presso Pio VI; e se a Firenze, poco dopo la morte, le vennero decretati li onori parentali, con solenne pompa celebrati nella biblioteca Magliabecchiana, ed una lapide di marmo fu infissa nella casa da lei abitata sull'angolo di via della Forca, ciò devesi soprattutto al generale Miollis, il quale col tributarle tali onoranze stimò far dispetto a Vittorio Alfieri che non lo aveva nemmeno voluto ricevere. La Stäel, presente alla incoronazione della Corilla, se ne giovò nella sua Corinna, e Giacomo Casanova si dice ammiratore delle bellezze di lei, sebbene affetta da strabismo.

Insieme alla Corilla fu celebre l'Amarilli Etrusca, ossia Teresa Bandettini, nata a Lucca nel 1743 e morta settuagenaria, la quale esordì a quindici anni come ballerina e le cui poesie, contenute in tre grossi volumi di magnifica edizione, non contengono, a dir vero, nulla che esca dal mediocre e che meriti le lodi datele dall'Alfieri e dal Monti per la cui morte ella scrisse, fra li infiniti suoi versi, Le visioni. Vennero poi, per tacere d'altre minori, la Fantastici di Firenze, e la Rosa Taddei, napoletana, donna piuttosto bella, moglie del troppo celebre Francesco Taddei, rivale ed emulo del caratterista Luigi Vetri, e la quale spesso, nell'intervallo delle rappresentazioni drammatiche eseguite dalla compagnia cui apparteneva il marito, dava saggi di poesia estemporanea, del solito pregio.

Oltre il Gianni e lo Sgricci i quali, ripeto, van menzionati a parte, di poeti estemporanei anche l'Italia moderna conta un vero diluvio.

È certo che la poesia improvvisa, in sul rinascimento, fu gemella della poesia scritta e meditata. Il bell'uso di andare in giro ad improvvisare fu introdotto da un tale Serafino d'Aquila morto nel 1500 a trentacinque anni.

[…]

Parlando d'improvvisatori, non si può passare sotto silenzio Beco Sudicio, il cui vero nome era Domenico Somigli, e fu lo stipite d'una famiglia d'impresari teatrali fiorentini. Costui era nato nel 1744, e dapprima fece il garzone parrucchiere, ma rimasto cieco a ventun anno, si addiè all'arte dell'improvvisatore e colla suo tiorba (o mandolino) per più di quarant'anni fu il commensale obbligato ai conviti borghesie e popolani per nozze e per battesimi, e frequentò assiduamente le osterie più rinomate di Firenze. Morì il 1 giugno 1823, e fu sepolto, come è chiaro in un epitaffio magniloquente, presso al teatro delle sue glorie, cioè nel primo chiostro dell'ex-convento degli Angeli, al pian terreno del quale egli dava, di tempo in tempo, le sue accademie di poesia estemporanea.

Un altro improvvisatore — capo ameno per eccellenza — Pirro Giacchi, ne scrisse la biografia sotto il pseudonimo di Cece nel bel giornale di Raffaello Foresi, Il Piovano Arlotto, e poi la ristampò nel suo volume di prose e di poesie, pubblicato nel 1875 col titolo di Guazzabuglio, titolo che dà la vera immagine del cervello del Giacchi, di cui parlerò per ultimo. Cotesto biografo, fra i molti aneddoti da lui raccolti su Beco Sudicio, vari dei quali non è decente il riferire, ne racconta uno, intorno ad un gentile e simpatico improvvisatore, Bartolommeo Sestini di Pistoia.

Questi era tuttavia giovanetto e studiava il disegno nell'Accademia di Belle Arti di Firenze quando il Somigli, cieco e già attempato, abitava nei reconditi quartieri popolani, in via Romita. E il Giacchi dipinge, con smaglianti colori, l'uso che aveva il Sestini di andare, uscendo dall'osteria, in numerosa combriccola co' suoi amici e compagni studenti, ad ora tarda della notte, a improvvisare sotto le finestre di Beco Sudicio il quale svegliato dal rumore, attratto dallo strimpellamento del "passagallo", sospinto dall'estro, scendeva dal letto, andava in camicia alla finestra, e rispondeva all'amichevole sfida del Sestini, improvvisando, secondo l'antico stile — amant alterna Camaene — l'un dopo l'altro, ottave a perdita di fiato, sino ai primi crepuscoli del mattino.

Bartolomeo Sestini e Luigi Cicconi, nativo delle Marche, furono i continuatori delle tradizioni del Gianni e dello Sgricci, come il Giacchi e il suo amico Ciofi furono li ultimi rappresentanti della scuola dei vecchi improvvisatori.

Il Sestini era bravo disegnatore ed ingegnere: il suo patriottismo gli valse, nel 1821, una lunga prigionia nel regno di Napoli. Liberato per mediazione di Vittorio Fossombroni, ministro toscano, al suo ritorno in patria amò un'Annina, giovanetta trecciaiuola pistoiese, e la educava per farla sua moglie, quando, un giorno, il fulmine colpì la fidanzata, sotto l'albero ove li amanti s'erano rifugiati per scampare ad un acquazzone d'autunno. Egli aveva già scritto — non improvvisato — il suo capolavoro la Pia, ma e le persecuzioni poliziesche e il dolore della perdita della fanciulla amata lo determinarono ad esulare in Francia. Le sue "improvvisazioni" avevano già valso al Sestini non poche onoranze e il titolo di "Tirteo italiano" allorché, a poco più di trent'anni, soggiacque ad una congestione cerebrale.

In quanto al Cicconi, egli volle rinnuovare li esperimenti dello Sgricci improvvisando tragedie, ma con minore ingegno e ispirazione. Bensì, sfidato dal tragico estemporaneo francese Eugenio Pradel, sostenne e vinse la sfida improvvisando il Cesare Borgia, all'Hôtel de ville, in presenza dell'Accademia Francese, sullo scorcio del 1834. La Parisina, sua tragedia a stampa, improvvisata a Tornino, non vale invero le tragedie dello Sgricci, tutte improvvisate e quasi tutte stampate, tra le quali sono degne di memoria La caduta di Missolungi e il Carlo I , improvvisato a Parigi ed encomiato con pubblica testimonianza dalla stessa Accademia.

Pirro Giacchi e Demetrio Ciofi sono l'ultima incarnazione degli improvvisatori fiorentini. Ambedue furono dottori in legge ed il secondo esercitò con buon successo l'arte sua, perchè aveva sottilissimo e cavilloso l'ingegno. Vissero molti anni in molta intrinsechezza. Ad esempio del Somigli e seguendo le tradizioni fiorentine, frequentavano le osterie più rinomate pel buon vino e vi passavano le notti improvvisando e cioncando.

E non so se, sempre fedeli ai vecchi usi, negli ultimi saturnali carnevaleschi, l'uno non si mascherasse da donna e servisse da Tanzia all'altro: che così chiamavasi la volgare Dulcinea alla quale erano diretti i vinosi sospiri e le grottesche dichiarazioni del poeta. Il Ciofi aveva istruzione più solida del Giacchi: l'altro maggior tintura di buona società. Furono i Tirtei della rivoluzione toscana del 1848 e improvvisarono inni patriottici sotto i portici degli Uffizi ad un banchetto dato per solenne occasione; il Guerrazzi, capo del governo provvisorio, si valse del Ciofi mandandolo a Siena per inanimare li sbaldanziti democratici, oppressi dalla reazione colà suscitatisi prima per la presenza del Granduca, poi per la sua fuga. E il Ciofi, sciimmeggiando i commissari straordinari della Comune di Parigi (la prima, ben inteso!) potè scrivere al governo — la relazione è a stampa sul Popolano e ne ho l'originale nelle mani: — "In pochi giorni abbiamo buttato tutt'all'aria. Ma ci resta ancora molto da fare. Sulla Piazza del Campo è stato alzato l'albero della Libertà e si grida: "Viva la repubblica!".

Come è agevole figurarsi, allo scoppiare della reazione, Eurialo e Niso, Pilade e Oreste, Damone e Pitia se la diedero a gambe, e, arcades ambo, se ne andarono a Genova. Colà, per vivere, sebbene stentatamente e con poca gloria, intrapresero a improvvisare nelle taverne e nelle gargottes frequentate dagli emigrati. Ma, strano fenomeno …. quelle due anime sino allora chiuse in un nocciolo, cambiando di clima, cambiarono d'umore e d'inclinazioni, e incominciarono, improvvisando, a bisticciarsi, a bistrattarsi, a vilipendersi, tantochè si separarono imbronciti, e il loro broncio durò per tutta la vita. Il Ciofi ottenne allora un impiego in Sardegna, ma presto gli fu tolto per la sua intemperanza. Finalmente, all'amnistia, tornò in Toscana miserabilissimo. Si addiè di nuovo con ardore all'esercizio della professione legale, fece anche il cavalocchio e si studiò di rimpannucciarsi. E si rimpannucciò così bene, che alla sua morte, avvenuta pochi anni addietro, già cieco e quasi sttuagenario, lascio case e poderi fuori della porta San Gallo. Senza convinzioni politiche, scrisse il giornale sedicente democratico Lo Zenzero firmando collo pseudonimo Masoduro (preso dalla esclamazione favorita d'un comico personaggio nelle Donne avvocate del Sografi) articoli che passarono per essere scritti dal Guerrozzi, tanto il Ciofi era giunto ad immedesimarsene lo stile concettoso e gonfio. Poi diè un tuffo. Si pose agli stipendi dei sostenitori della Casa lorenese e scrisse articoli legittimisti e insultanti la causa italiana sopra un giornale-libello: La Bandiera del Popolo. Il Ciofi, presago della mala parata, si faceva pagare largamente e anticipatamente. E il giuoco finì, nel 1865, colla soppressione del giornale e coll'invio del direttore, più minchione che birbante, a domicilio coatto.

In quanto al Giacchi, per poter tornare in Toscana, egli si valse dell'appoggio d'un suo parente — zio, o giù di lì — vescovo d'Arezzo, e tanto si mostrò con esso contrito e pentito che, fatti in fretta e in furia li studi teologici, prese il collare e si buscò un canonicato e la cura delle anime in una parrocchia del Valdarno. Ma il Giacchi smesse il pelo — cioè la lunga barba — non il vizio. Nel 1860 li antichi ardori liberaleschi si destarono in lui: si rammentò di aver combattuto per Venezia nel 1849, e si diè a scrivere un giornaletto popolarissimo, a tre centesimi per numero: Il Pesce buono, nell'unico scopo di rintuzzare e annichilire l'antico amico dello Zenzero e della Bandiera del Popolo. Scrisse anche altrove, come ho già detto, e pubblicò, oltre al Guazzabuglio, un Dizionario del vernacolo fiorentino etimologico, storico, aneddotico, artistico, aggiunte le voci simboliche,metaforiche e sincopate dei pubblici venditori (Firenze-Roma 1878). Ebbe la gentile idea di sostituire alle turpi e spropositate canzonaccie del popolo fiorentino delle canzoncine aggraziate, delicate, spesso spiritose, amorose, sentimentali, di cui egli scrisse non solo le parole, ma anche la musica, componendo melodie facili e belle, giacchè era abile suonatore di pianoforte.

Ma per un canonico e per un parroco la vita del Giacchi era troppo mondana, per non dir libertina. Egli venne sottoposto dal vescovo, e allora dal Valdarno tornò a riporre stanza in Firenze, ove condusse vita scioperatissima fino alla sua morte, avvenuta nel 1879, quando toccava quasi al settantesimo anno.

Così, mentre un gobbo ed uno zoppo — lo Sgricci e il Gianni — segnarono l'apogeo della poesia estemporanea italiana, essa si estinse o si accasciò assopita sotto un causidico azzeccagarbugli ed un canonico ubriacone!

IGNOTUS

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