T., “Poesia estemporanea. Tragedia improvvisata dal signor Cicconi”

The critic reviews a long performance by Cicconi who, modelling himself after Shakespeare, Schiller, Byron, and Manzoni, presented an improvised tragedy entitled Beatrice Tenda, that despite some inconsistencies and stylistic weaknesses, and despite its length, was well received by the audience.

Performer Name:
Cicconi
Performance Venue:
 
Performance Date:
 
Author:
T.
Date Written:
1833
Language:
Italian
Publication Title:
L’eco: giornale di scienze, lettere, arti, mode e teatri
Article Title:
Poesia estemporanea. Tragedia improvvisata dal signor Cicconi.
Page Numbers:
59
Additional Info:
4 February 1833 issue (Vol. 6, No. 15)
Publisher:
 
Place of Publication:
Venice
Date Published:
1833

Text:

Quando si ponga mente che Pindaro il principe dei poeti lirici, quello che ne' sublimi suoi voli, dopo tanti secoli, e tanti imitatori e seguaci, non fu raggiunto ancora da alcuno, diceva exabrupto i suoi versi e quando si guardi alla lunga e varia schiera dei Bardi, dei Trovatori, dei Minestrelli e altri siffatti, che pure cantavano all'improvviso; e molto più dove si consideri che anco a' dì nostri in alcune parti d'Italia, si trova il linguaggio de' Numi, accomunato fra gente affatto illetterata e volgare, scemar dee senza dubbio la maraviglia che in noi desta a primo tratto chiunque si faccia ad improvvisare anche solo un sonetto od una canzone. Ma quanto all'incontro non è da stupir di colui che affrontando tante e così paurose difficoltà, si accinge stans pede in uno a comporre il più perfetto ed insieme il più malagevole dei poemi, e trasforma sè stesso in quanti personaggi e caratteri, ivi sono rappresentati, e vince l'impazienza e quasi diremmo la noia, di mille uditori, che senza niun altro allettamento teatrale, tutti pendono per più ore dal solo suo labbro non altro a quando a quando interrompendolo che per applaudire e confortare cotanto sforzo d'ingegno ! Ad uno di così fatti magnanimi cimenti si espose la sera 28 dello scorso gennaio in questo Teatro Re il signor Luigi Cicconi, che veniva già preceduto dalla gloria onde avea poco prima illustrato il suo nome, con le tragedie da lui create e dette all'improvviso, prima nella patria di Giovambattistia Niccolini, e poscia in quella di Silvio Pellico. La bella aspettazione che quindi era del giovine Cantore avea convertito il Teatro quasi in un Ateneo, nel quale stava raccolta gran parte dei letterati e dell'altre colte persone di che abbonda Milano; e ben mostrò di conoscere a qual ragguardevole consesso trovavasi innanzi anche il Poeta, quando presentatosi in abito succinto di Trovatore, al pallor del volto, ed ai battiti del cuore, che il tremar della sua voce facea manifesti, e che ripercuotevano in quante anime gentili eran concorse ad assistere a quell'animosa prova, diè a divedere in uno la sua modestia e la sua trepidazione. Sortito indi per mano d'un innocente fanciullo fra i vari temi accolti nell'urna quello della Beatrice Tenda, parve a noi ch'egli non potesse essere il più accetto nè al Pubblico, nè a chi lo doveva trattare, ma che amendue, l'uno per rispetto dell'altro, non si fossero attentati di rifiutarlo.

" … "

Ond'è che avvedutosi il Poeta della povertà di questo subbietto , tentò d'arricchirlo di altri personaggi e d'episodi, e vi'introdusse Clarice amante di Filippo, un Guido, infinto cortigiano ed amico sul fare di Gomez nel Filippo d'Alfieri, una Bianca amante d'Orombello, un'Elisa damigella di Beatrice, e per servire alla superstizione dei tempi, un Manfredi indovino. Chiesto indi agli uditori da qual personaggio dovess'egli incominciare, e impostogli che da Orombello, diè principio senza più al suo dramma con un soliloquio del personaggio additatogli, e lo condusse con bella e seguita orditura per tutti e cinque gli Atti fino alla catastrofe, che fu la morte di Beatrice e d'Orombello sotto la mannaia del carnefice nei cortili del palazzo Ducale. Se non che appunto le molte fila da esso poste in opera a compor la sua tela, prolungarono l'azione in modo da crescere a lui la fatica, senza troppo giovare all'effetto della tragedia, che anzi andò sulla fine alcun poco languendo, non tanto perchè mancasse la lena al Poeta, quanto perchè non v'ha uditorio il qual non si stanchi di porger continuo ed attento orecchio per più di tre ore al discorso d'un solo. Al primo Atto tenne dietro un Coro di donzelle, in cui si descrissero le stragi e gli orrori di un campo di battaglia con versi assai belli, fra i quali ci duole che la nostra labile memoria abbia saputo ritener solo i tre seguenti che dipingon la fine incompianta di chi muore sul campo.

Ivi al cader del misero

Un petto non sospira,

E d'ossa illacrimate arde la pira.

Al finir del secondo Atto Beatrice ritorna da un ballo dato in Corte alle sue stanze, ed ivi si affaccia alla finestra per sollevare i suoi tristi pensieri colla vista del giardino; ed ecco che si ode allora il canto della Giardiniera, la quale nell'atto che sta innaffiando i suoi fiori, fa un confronto fra la propria condizione e quella della sua Signora, che ella in mezzo a tante grandezze, ha pur veduto pianger sì spesso; e questa patetica canzone, o Coro che chiamar si voglia, il quale esser non poteva, nè più splendido né più opportuno, viene a strappar nuove lagrime a quella miseria, e agli spettatori. Un Coro di Spiriti convocati dall'Indovino, diede fine al terzo Atto, e quivi il Poeta camminò più che mai sulle tracce di Shakspeare [sic] e di Byron, ma l'universal mormorio che si destò fra gli uditori all'annunzio di questo Coro, è bastante indizio a significa che noi non siamo avversi, né forse ci avezzeremo più mai alle stregheria della scuola satanica, quantunque i versi del sig. Cicconi fossero tali certamente da scemare la ripugnanza degli ascoltanti a questo genere nuovo. Né l'ultimo Coro di donzelle e seguaci della Duchessa, che fu detto al chiudere del quarto Atto, cedè punto nello splendor dei pensieri e dei versi, ai tre primi. La verità dei caratteri e dei costumi, donde non si scostò mai neppur d'un solo passo il sig. Cicconi, il felice ardimento dei concetti, la nobilità e la coltura della elocuzione, e la molta perizia nel maneggio degli affetti, dimostrano che la natura e lo studio concorrono ugualmente in lui a costituirne un buon poeta tragico, e a meritargli dai giusti conoscitori quella lode d'Orazio:

Nam spirat tragicum satis, et feliciter audet.

Vero è ch'egli pecca qua e là per intemperanza d'ingegno e di fantasia, ma questo è difetto che noi di buon animo auguriamo a molti de' nostri poeti, e ch'egli potrà lasciare a voglia sua, rispondendo con Ovidio:

Servare potui perdere an possim rogas?

Alcuni anche gli apposero d'aver fatto, nel personaggio di Bianca, parlar un linguaggio al tutto nuovo e strano all'amore, ma questa passione, che bastò sola, cent'anni sono, a Racine a comporre nella Bernice uno dei meglio accolti suoi capi lavori, è oggimai anch'essa un'anticaglia che a renderla manco noiosa vuol essere riprodotta con abito e sembianze novelle. Non crediamo poi che niuno voglia detrarre al merito dell'Improvvisatore, se in così lungo versar d'immagini e di parole, alcuna volta gli sia mancata all'uopo la vena; chi di questo modo ragguagliasse le facoltà spiritali del pensiero e dell'intelletto, con le forze meccaniche d'uno strumento o d'un atleta non saria fatto a sentire e giudicare i poeti. Per queste anime prosaiche saran sempre incomprensibili gli arcani della Poesia e nondimeno quanti non si credono predestinati a ridurre al niente le più sublimi sue ispirazioni con una prosa arrogante e spropositata? Shakspeare [sic], Schiller, Byron e Manzoni sono gli esemplari sui quali ci sembra che il sig. Cicconi abbia, più che su altri, foggiato il suo modo di comporre tragedie, e noi speriamo che in un secondo cimento, vorrà offrirne nuova occasione a raffermarci nel giudizio che quivi sine ira et studio abbiamo dato di lui.

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