Luigi Venturini, “Francesco Gianni e la poesia estemporanea”

A laudatory essay about the life and career of Gianni and the traits of improvised poetry. Improvisation is superior in imagery, written poetry in form. Gianni follows the mode and manner of Dante and Metastasio and at the same time he shows originality. Monti, on the other hand, lacks inspiration.

Performer Name:
Gianni
Performance Venue:
 
Performance Date:
 
Author:
Venturini, Luigi
Date Written:
1889
Language:
Italian
Publication Title:
Conversazioni della domenica
Article Title:
Francesco Gianni e la poesia estemporanea
Page Numbers:
11:109-111
Additional Info:
vol. 7, no. 11 (April 1889)
Publisher:
 
Place of Publication:
Milano
Date Published:
1889

Text:

…egli non era da tenersi // Fra color che vieggiamo ogni tantino // Venir sul palco, e improvvisar de' versi // Fatti comodamente a tavolino // E fuor d'Italia buscano Ghinee // Da chi per fatti estempore li bee. (Guadagnoli, Prefazioni al lunario)

Se i pacifici borghesi dei nostri giorni, dolci e pacati, come tanti Ermolai, per commuover i quali ci vuol proprio che il listino di borsa minacci di abbassarsi, se questi borghesi, dico, sentissero parlare di poesia e di poeti estemporanei, son certo che crollerebbero la testa, e sorriderebbero di commiserazione, domandandosi se a questi lumi di luna, c'è ancora gente che fa poesie, e persone che vanno ad ascoltarle. Eppure fuvvi un tempo in cui le turbe correvano ai teatri, alle accademie, per ascoltare il poeta improvvisatore, e pendevano estatiche dai labbri di quei figli d'Apollo, che li facevano fremere e palpitare ai diversi sentimenti di quella musa tanto spontanea! E forse due terzi de' miei lettori, si rammenteranno ancora del povero Regaldi, quando:

Errant comme Homère, et beau comme Apollon,

come disse di lui il poeta francese, percorreva le accademie e i teatri di Francia e d'Italia, cantando le sventure della propria patria, tanto infelice, mentre gli spettatori piangevano a quel canto di lamento, e le ascoltatrici andavano rapite, alla bellezza di quel poeta, che come gli antichi rapsodi, peregrinava di terra in terra, in cerca di pane e di conforto! Povero Rigaldi! E son cose queste, che a narrarle adesso, sembrano cose dell'altro mondo! Eppure tutto ciò accadeva vent'anni or sono! Tatno son mutati i tempi e tanto si cerca obliare un passato glorioso, ma che — a continuarlo — costa fatica.

Che la poesia estemporanea sia cosa non molto facile, e i suoi interpreti non siano molto frequenti, è vero, ma a colui, che non contento dell'osservazione superficiale, vuol addentrarsi nelle ime latebre delle cose, la poesia estemporanea parrà forse la sola e vera poesia! Infatti, non diciamo poesia quel subitaneo rapimento dell'animo nostro verso un oggetto qualsiasi, e che l anostra fantasia riveste dei colori i più splendidi, delle immagini più vaghe, tanto da isolarlo dal comune, e da cingerlo d'un'aureola quasi di cielo? E a ciò contribuisce anche l'inclinazione che ha l'uomo verso tutto ciò che è di lui più bello, verso tutto ciò che è in alto. Questa nostra spontanea estasi, è sempre prodotta da una commozione subitanea, sotto l'impressione della quale il nostro spirito, sente il bisogno di elevarsi e di oblieare pel momento le cose comuni.

E come chiamar poesia, il lavoro continuo, paziente, misurato, a cui il poeta dei nostri tempi, (e anche dei passati) deve far sottostare i propri sentimenti? come può un pensiero uscito limpido, spontaneo dall'anima del poeta, conservarsi ancora tale, dopo magari quindici o venti giorni di lima, di pulitura e di modificazioni? Eppure questo tempo è necessario per poter fare de' bei versi! E tanto più poi, quando trattasi di lirica, che richiede la più gran spontaneità possibile, e che è quella che più abbisogna di lima e di tempo.

Adunque la poesia estemporanea, è forse la sola a cui spetta il vero nome di poesia, e anticamente questa non era altro che un improvviso slancio lirico con cui il suonatore di cetra, acompagnava l'armonia del suo istrumento. Si dice che Omero abbia improvvisato l' Iliade, e che improvvise forssero pure le Canzoni Pindariche. Erano improvvisatori i trovieri, e sono ancora improvvisi i canti con cui i bardi della Scozia e del paese di Galles accompagnano il concento [sic] delle loro arpe! ma la terra veramente classica della poesia estemporanea fu l'Italia. La sua lingua armoniosa, il suo cielo, il suo mare, e qul che più importa, i suoi grandi eventi, le danno la preferenza sulle altre nazioni! E difatti chi valica le Alpi, e s'avanza verso il nord, sentirà dire parlando dell'Italia, che essa è la terra de' poeti, e che essa sola, dopo la Grecia, dià il maggior numero di vati, e sentirà pur dirsi, ceh la poesia estemporanea è innata negli italiani, e che nelle calli di Venezia, sui moli della Liguria e sotto ili cielo della Campania e della Sicilia, altro non v'è che poesia, e che coi canti e coi suoni gli italiani occupavano il dolce far niente, che essi stranieri hanno inventato per noi.

Questo è quanto dicono di noi gli stranieri, con quel disprezzo che la volpe aveva per l'uva che non poteva raggiungere. Come si vede, l'antico Esopo non è mai vecchio! L'Italia, dunque, fu la terra classica della poesia estemporanea, e quasi tutti italiani furono i trovatori, e italiani furno Serafino Aquilano e Bernardo Accolti, rivali a Petrarca nell'improvvisazione. E il cinquecento ci diè Filelfo e Leoniceno, davvero sommi, e Perfetti, che fu il primo a imrpovvisare in italiano, meritò nel seicento, d'esser coronato in Campidoglio, e in Roma improvvisò Metastasio, e romano fu pure ili Francesco Gainni, il più robusto di tutti gli improvvisatori presenti e passati, il quale colla sua poesia segnò un'aureola luminosa, che incoronò quel sole che si chiamò Napoleone.

Nacque Francesco Gianni, in Trastevere nel 1759. Se pei ricchi, l'esser robusti è un superfluo, pei poveri è necessità, e natura fu davvero matrigna al povero Gianni, creandolo tutto contorto, e con una spalla più alta dell'altra. I suoi genitori, povera gente che vivevano stentatamente del frutto dei prori sudori, pensarono di conciliare il bisogno, colal natura sgraziata di Gianni, e lo vollero sarto. Niuno potrà negare che il mestiere del sarto sia un mestiere di molta meditazione e mentre il lavorante, quietamente seduto, segue con gli occhi il filo dell'agugliata, il suo pensiero può vagare liberamente, e di questa libertà, ne mise a profitto il nostro Gianni imparando a memoria quasi tutti i nostri poeti, segnatamente Dante, Ariosto, Metastasio. E tanto s'innamorò della poesia, che volle, colla guida dei suoi grandi maestri, provarsi nella sua botteguccia a improvvisar versi. Ben presto la sua valentia si diffuse per tutto il quartiere e le formose trasteverine e i loro tarchiati compagni traevano in folla alla botteguccia di Gianni per udirlo. Ma la fama sua si diffuse presto in tutta Roma, ed essendo andato da lui un signore di Genova, e conosciuto il valore della sua Musa, offerse a Gianni la prorpia casa e le proprie sostanze, per completare is uoi studi e riuscirne valente poeta. Gianni accettò a braccia aperte, e seguitò in Genova il suo mecenate. In questa città, completando i suoi studi, riuscì un poeta di tal valentia, che il suo nome si diffuse per tutta l'Italia e fu il ricercato di tutte le accademie e di tutti i teatri italiani. Spiritoso, e qualche volta anche licenzioso nei suoi versi, egli era l'idolo di tutte le signore d'allora (dove vanno talvolta a cacciarsi i capricci delle donne) e specialmente della signora di Brignole, famosa gentildonna genovese, che del poeta gobbo s'era perdutamente innamorata! Ma fin qui, Gianni, non era stato che un valente poeta improvvisatore e nulla più; quando uno di quegli avvenimenti che minacciano sconvolgere le basi della società intera venne a trar Gianni dalla sua mediocrità, ed a esasltarlo a tal grado a cui non pervenne alcun altro poeta estemporaneo.

Dopo che la gloria e il valore di Francia eransi spenti con Luigi il Grande, la Francia, che nel secolo XVII era successa all'Italia, nell'esser maestra di arti, lettere ed armi all'Europa, altro non era famosa che pei vizidella sua corte. Filippo d'orleans, aveva mostrato come si poteva educare il nipote del roi soleil. Luigi XV, forse più dissoluto che malvagio, aveva portato il vizio sul trono e l'aveva legittimato. Una società cadente, stanca, corrosa dai vizi e dalla miseria, era subentrata alla società fastosa e opulenta del XVII secolo. La Francia, e l'Europa con lei, scivolavano sul lubrico sentiero che conduceva all'abisso. Un tempo i re fondavano le università. Luigi XV ideava il parco dei cervi. Le signore dalle pettinature alte due piedi, dai guardinfanti (pietosi nasconditori dei frutti che arrecava la demoralizzazione della società) e i signori dalle parrucche incipriate, somigliavano a tanti burattini meccanici che si movevano sulla scena del mondo senza uno scopo, senza una ambizione. E il popolo? Il popolo, smentendo come tante altre volte, il proverbio che ventre vuoto non ha orecchi, dava ascolto a della gente che gli prometteva un'era di forza e di virtù. Una classe d'uomini dotti s'era fatta strada nella società, avendo per suo scopo d'illuminare le menti. Gli enciclopedisti andavano spargendo i semi di una futura libertà. Voltaire se ne stava beatamente sotto l'egida di Federico II, a vociare alla sua Franci, (ch'ei mai non amò, e che sempre seppe mettere nell'impiccio) parole di libertà, e di morte ai re. Il povero Rousseau, mente sublime, ma di spirito sempre indeciso, diffondeva fra i campagnoli, che allora stavan peggio dei servi della gleba, i diritti dell'uomo, e per scusare la società tanto corrotta scrivea l' Emilio, libro strano e inverosimile, ma che era necessario pei costumi di quel tempo. Una schiera di ingegni minori ma di maggior buon senso, diffondeano nel popolo idee nuove; mentra al di là dell'Oceano una società onesta e valorosa, mostrava com si può farsi indipendente. Quando nel 1780 salì al trono Luigi XVI, le cose di Francia eran ridotte a tal punto, che la procella vedeasi imminente. Agli enciclopedisti, gente di senno, ma gente di lettere, cioè buon a dar consigli, ma non a metterli in pratica, era successa gente intrigante e torbida. Scoppiò il 1789 e il popolo si fece giustizia. Ma a questo tenne dietro il 93, e fu un'orgia di sangue. La conseguentza di ciò si fu (come accade in tutti gli eccessi) che il popolo francese, non si trovò in grado di resistere ai suoi nemici e dovette gettarsi in braccio a Bonaparte, che passando dal più infimo grado dell'esercito francese, a quello di dominatore dell'Europa, mostrò come si poteva domare il popolo dell'89. Quando i francesi scesero in Italia nel 95, acclamati liberatori, e il signore si cambiò in cittadino, Gianni che era a Milano, fu uno dei primi, e dei più ferventi ad abbracciare le nuove idee, e la sua musa che fin'allora avea cantato i vizi delle signore del tempo passato, inneggiò alla libertà, e la sua poesia, assumendo un nuovo indirizzo, brillò di nuovo e inaspettato splendore, e abbandonando i metri frugoniani, e le svenevolezze rolliane, s'innalzò coll'ottava e colla terzina alla forma e al vigore d'Ariosto e di Dante. La distruzione di Cartagine, La maga d'Eudor, La morte di virginia e Pigmalione, riboccano di vigoria e di passione. Vi si sente il poeta ispirato, e quella foga di vigoria, quell'esuberanza di passione, in queste sue poesie, nocciono quasi, tanto che per troppo voler dire, in qualche punto il verso è oscuro. Ma l'ammirazione cresce quando si pensa che quesete poesie erano improvvise e che avevano il metro e la rima obbligata!

Nel 96, gli Austriaci tornati persero Gianni e lo gettarono in prigione a Cattaro, ma Bonaparte sceso nel 99 e cacciati gli Austriaci, li obbligò a rendergli il poeta, che avea cantato le sue prime vittorie. Allora Gianni, si tenne sempre presso al suo liberatore, e fu al pranzo dopo l agiornata di Marengo che il Gianni improvvisò La battaglia di Marengo, che con L'assedio di Genova, sono i capolavori della poesia estemporanea, passata e presente, e forse avvenire. Ad ogni bollettino che recava le vittorie di Bonaparte, Gianni improvvisava il suo canto, e Ulma, Vienna, Austerlitz, Jena, Friedland, son canti di meraviglioso ardire, e di una eleganza sorprendente. Oramai Buonaparte, a guisa di Augusto avea trovato il suo Virgilio, e quando nel 1804, egli diventò Napoleone, fe' chiamare il poeta gobbo allle Tuileries, con una pensione annua di 6000 franchi, gli diè il titolo di poeta imperiale. Fu allora che la gloria di Gianni, raggiunse il sommo della parabola. Conosciuto il tutta Europa egli rallegrava l'assenza di Napoleone col suo canto sempre splendido, sempre cortiginao, ma sempre onesto. E fu allora, che cominciò a trovar nemici, e principalmente un nemico, e nuove vittorie. Fra i poeti lodatori di Napoleone, ve n'era uno ch'era forse il più grande di tutti. costui avea per abitudine di voltarsi a ogni vento che spirasse, e avea cantato più padroni, che abiti che possedea. Aveva cantato Giuseppe II, poi Pio VI, poi la Rivoluzione, poi l'aveva maledetta nella Basvilliana, poi nel bardo Ullina, nel Pericolo, avea alzato alle stelle Napoleone. Vincenzo Monti, adunque, era a Parigi nel 1804 quando gli avevano conferito il titolo di istoriografo imperiale. Invidioso con tutti quelli che sembravano far ombra alla sua fama, cercava di denigrarli il più possibile, e trovandosi con Gianni a Parigi, pur lodandolo apertamente, cercava tutte le maniere di potergli nuocere. Gianni lo sapeva, e non se ne curava. Monti vedendo crescere la fama del suo nemico, cominciò a oltraggiarlo come poeta. Ma nessuno lo ascoltava, perchè quantunque Monti fosse le cento volte più valente di Gianni, non avea il merito d'essere improvvisatore, e la poesia estemporanea, sull'animo nostro, fa al momento un effetto più forte e più gradevole della poesia scritta. Monti, allora, furente di non poter trovare il mododi vilipenderlo come poeta, ricorse a una delle azioni le più vili che mai abbiano disonorato il nome di poeta, e una sera mentre Gianni trionfava alla Tuileries, ad alta voce schernendolo gli diè del gobbo e del Tersite. Gianni, non era Foscolo, era Trasteverino, era salace come tutti i gobbi, qundi rendè pan per focaccia a Monti, e sapendo delle voci poco oneste che correvano sul conto della moglie di lui, (ch'egli avea il torto di amare fino alla follia) improvvisò sui due piedi questo sonetto del quale Monti deve averno portato lo stigma per un pezzo:

O tu che al suon della cornuta lira // Temprata dalla tua sposa fedele // Il calice cantasti onde Babele // il sangue di Basville bebbe nell'ira.

Poscia a seconda del vento che spira // Volgesti al lido cisalpin le vele // Ed un nuovo ebbe in te Verre crudele // Romagna inulta che tuttor sospira.

Ed or quì giunto coi latrati infesti // Perchè un omero mostro, e l'altro ascondo // Espormi a turpe irrision credesti?

Ma se colpa ed infamia avesser pondo // tu dell'incarco lor sì curvo andresti // Che gobbo, e quale mai non ebbe il mondo!

Immaginarsi l'ira di Monti! Giani però non s'avvilì. e sempre rendendo la pariglia, imprese, (sempre improvvisando) a rivaleggiare col Monti nella poesia. E nei sonetti Su Giuda, in Roteone allo specchio, e nel poemetto: Buonaparte in Italia, conobbe il Monti, qual nemico s'era creato. Sicuro che ili Monti gli restava sempre superiore. Si sa, il canto di Basville fu sommo, e Gianni non era che il suo imitatore, meglio che il suo rivale. Ma Gianni inferiore a Monti nella facitura del verso, e nelle imagini, è a lui superiore nell'idea poetica, chè noi sappiamo che Monti andò sempre a razzolare e in Dante, e nella Bibbia, e in Milton, e in Klopstok, eni greci, ecc. ecc., i suoi argomenti e i suoi pensieri.

Ad ogni modo, Gianni trionfava ogni dì sempre più alle Tuileries, mentre il suo competitore, il famoso Gagliuffi, improvvisava in latino, accanto a lui. La poesia di Gianni, si può dire, abbraccia nel suo complesso tutta la poesia Italiana. Il suo verso ha la sovrana maestà Dantesca, l'affettuosità del Petrarca, il luccichio di colori e il vigore dell'Ariosto, e la severa e melanconica armonia del Tasso, e il tutto è raccolto in una grazia e in una gentilezza mestastasiesca. I suoi pensieri e le sue immagini, possono paragonarsi ai prati del bosco incantato del Tasso. Ad ogni istante nascono nuove rose, nuovi splendori. In ciascun suo canto ci ritrae la maniera dei sommi poeti italiani, principalmente di Dante e di Metastasio, senza però riuscire imitatore, ed essendo sempre originalissimo.

I suoi difetti? I suoi difetti furon quelli comuni alla poesia contemporanea, cioè il verso non troppo corretto, e certe inesattezze d'immagini, a cui abbisogna qua e là la lima. Questa la poesia: in quanto al poeta ebbe la colpa d'esser poeta cortigiano, e di lodare sempre il suo Augusto e Mecenate nello stesso tempo, anche quando avrebbe dovuto essere rimproverato! È un pensare, questo, strano nei poeti, i quali credono che la protezione d'un grande renda famose le loro poesie, mentre invece sono le poesie che rendono famosi i grandi. E per quanto la storia sia storia, non cesseranno per questo i poeti dall'avere su di lei il sopravvento nello stabilire la fama dei potenti. E fu per Virgilio che Augusto fu buono, fu generoso, ecc., mentre la storia sa che invece era tutt'altro, e Luigi XIV fu Luigi il Grande sol perchè lo cantarono i di lui poeti, ed ebbe ragione l'Ariosto, quando disse:

Non fu sì grande nè benigno Augusto // Come la tuba di Virgilio suona // L'aver avuto in poesia buon guato // La proscrizion iniqua gli perdona; // Nessun sapria se Neron fosse ingiusto // Nè sua fama sarìa forse men buona // Avesse avuto e terra e ciel nemici // Se gli scrittor sapea tenersi amici.

(tra parentesi, poi, l'Ariosto fu dei poeti cortiginai, il più cortigiano di tutti).

Gianni fu però un cortigiano onesto e quando nel 1814 cadde Napoleone egi si ritirò a vita privata, mentre il suo nemico, l'immortale cav. Vincenzo Monti, cangiando livrea, avea saputo rendersi accetto anche ai nuovi padroni. Nei suoi anni d'oscurità, Gianni non volle più curarsi altro che di Dio, e quando la sua musa volle cantare; non fu che in lode dell'Altissimo. Morì ignorato (a Parigi) il 1822, un anno dopo del suo Augusto, che avea tanto amato e tanto cantato. Nello stesso anno e a Parigi, moriva pure un altro celebre improvvisatore, l'affettuoso e molle Sestini che tanto fece piangere nella Pia de' Tolomei.

Dopo Gianni, mutati i tempi, gl'improvvisatori tornarono alle beatitudini arcadiche, finchè Regaldi sorse, a rievocare la memoria di Gianni, cantando il riscatto nazionale, e riuscendo forse meno vibrato del poeta napoleonide, ma cantore di una causa più santa, e quindi più accetta.

Ed io, annoiato dall'inerzia del presente, cercai nel glorioso passato dell'Italia mia, una memoria che valesse a ricordarmi

Che l'antico valore // Negli italiani cor non è ancor morto.

Milano, marzo, 1889

Luigi Venturini

Notes:

 

 

Collected by:
FB